Sviluppata dal danzatore e coreografo
americano Alito Alessi, utilizza i principi di base della Contact
Improvisation.
E’ una tecnica di danza/teatro ed improvvisazione in cui persone abili e disabili si incontrano per danzare in modo spontaneo. Nasce dalla Contact improvisation da cui si è differenziata per poter divenire accessibile anche a persone che hanno diverse abilità, qualità e talenti.
La Danceability cerca di far danzare ogni persona, cerca di metterla in relazione col proprio corpo,
con gli altri attraverso danze improvvisate che assumono spesso l’aspetto di dialoghi comprensibili per tutti.
Juri Roverato, danzatore disabile ed insegnante di Danceability
che collabora con “Il Cortile” scrive:
“Fate i vostri movimenti, solo i vostri, quelli che vi rendono
unici e speciali, che vi contraddistinguono dagli altri perché
solo voi li sapete fare in quel modo, con quella velocità,
con quella carica, con quella presenza. Fate i vostri movimenti
per comporre un linguaggio artistico in grado di comunicare qualcosa
a voi stessi e agli altri, risvegliando così il vostro
intuito.
Solo voi, qualsiasi sia la vostra abilità o disabilità,
qualsiasi siano le vostre capacità o incapacità,
farete i vostri movimenti, perché solo voi siete in quel
corpo, siete quel corpo”.
La Danceability cerca di far danzare ogni persona, cerca di metterla
in relazione col proprio corpo, con gli altri attraverso danze
improvvisate che assumono spesso l’aspetto di dialoghi comprensibili
per tutti.
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“Danze personali, danze
di coppia, danze con le carrozzine, danze di piccoli gruppi, danze
di grandi gruppi: tutto questo è Danceability, ma soprattutto
emozioni, nuovi modi di guardare se stessi, gli altri e il mondo,
nuovi modi di porsi con gli altri. Con la Danceability si raffinano
anche i propri sensi attraverso lavori specifici che li potenziano
e li esaltano.
E poi… ultimo aspetto, ma senza dubbio uno dei più
importanti: il rispetto! Il rispetto per se stessi, per il proprio
corpo, per la propria mente e per gli altri. Il coraggio di dire
“Per me questo è troppo!”, “Piano, mi
stai facendo male!”, “Ehi, fermo, ci sono anch’io”.
La scoperta che ci si può fermare o che si può fermare
l’altro, nel momento in cui ci si accorge che si stanno
superando i propri limiti. Tutto questo non è un’esaltazione
della debolezza, anzi è sinonimo di forza e di maturità:
se qualcuno non ce la fa, significa che deve trovare altre strade
per fare lo stesso percorso, significa che ha la maturità
di dire “Ho dei limiti, ma posso farcela anch’io!”.
Ed è proprio qui che abilità e disabilità
si fondono e si confondono: tutti siamo abili, tutti siamo disabili,
perché tutti siamo uomini!”
Laura Banfi
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